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VIAGGIO NELL’ALTRA MODERNITÀ AMERICANA

7 ottobre 2019
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Il New England, da Boston a Philadelphia, passando per New Haven e la sua Yale University: lì l'America è nata e i grandi architetti del dopoguerra hanno creato un nuovo stile.

Quinto Giorno: New Haven, CT
Temple Street Parking Garage – Paul Rudolph, 1958-63

Altre quattrocento miglia e siamo a New Haven in Connecticut o forse potremmo pure dire alla Yale University, in un certo senso il vero centro di questa nuova era per l’architettura americana; se da qua infatti sono usciti molti dei Presidenti di questo paese – di solito contestualmente appartenenti alla più misteriosa confraternita locale, la fantomatica Skull and Bones –  qua ha anche inizio l’architettura americana del dopoguerra.
Al tempo il preside della facoltà di architettura era proprio Paul Rudolph che nel breve arco di un decennio lascerà un segno indelebile nella storia, a Yale  e in tutta New Haven. A dimostrarcelo, più di ogni altra cosa, il sorprendente parcheggio di Temple Street. Avete letto bene, non un monumento ne una biblioteca ma un parcheggio multipiano, probabilmente il parcheggio multipiano più bello mai realizzato.

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Il caldo sole di un tramonto autunnale è indubbiamente il miglior momento per apprezzare questa struttura e per goderne la forza espressiva. Ancora poco noto al grande pubblico nel 1958, Rudolph si trova ad affrontare questo incarico inconsueto che gli offre un’occasione unica: un’anti-architettura ideale da poter essere caratterizzata esclusivamente con la sua struttura. Come se si trovasse a fare i conti con delle formidabili rovine romane decide per un’opera muscolare ed espressiva quasi si trattasse di una scultura, evocazione di un corpo michelangiolesco. Un semplice parcheggio si trasforma così nell’architettura manifesto di Rudolph che ha qui posto le basi per il superamento di una modernità severa, funzionale ed inequivocabilmente razionale alla quale ne preferisce una emotiva, manierista e orgogliosamente autoreferenziale. La critica ne decreterà presto la sconfitta eppure il gesto di Rudolph appare ancora oggi dirompente e necessario seppur drammaticamente eroico. Unico.

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Quarto Giorno: Exeter, NH
Phillips Exeter Academy Library – Louis Kahn, 1965-72

Dopo oltre seicento miglia di viaggio, Exeter, una sonnolenta cittadina immersa nei rosseggianti boschi che solo l’autunno del New Hampshire sa regalare. Là, in un prato ovviamente ricoperto di foglie lungo Front Street, ci appare il possente edificio in mattoni rossi della biblioteca. Poche architetture in tutto il continente valgono ciò che abbiamo di fronte. Potrebbe essere lì da sempre, come un’abbazia nella campagna inglese, e invece è la costruzione più recente della zona; basta questo per comprendere la portata rivoluzionaria dell’opera di Kahn: lui si confrontava con la storia non con il 1965.

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Questo tipo di edifici sono concepiti abitualmente come un grande ambiente unico molto luminoso e affollato da lettori silenziosi, l’approccio di Kahn fu invece opposto e quasi filosofico visto che scaturì, non solo da una riflessione sulla funzione, ma anche e soprattutto sul significato stesso di una biblioteca. Per lui si trattava di un luogo sacro in cui i libri erano reliquie, ed era questo ciò che l’edificio avrebbe dovuto rispecchiare. Un tale presa di coscienza precedette poi un’altra constatazione decisiva che Kahn riuscì a riassumere con una frase semplicemente poetica “una  persona con un libro in mano va sempre verso la luce, una libreria inizia con questo”.
La sacralità e la luce avrebbero dunque guidato il suo lavoro. Se per il primo aspetto fu inevitabilmente Boullèe l’ispirazione per il secondo Kahn si ricordò di un’immagine che lo aveva colpito durante i suoi studi romani: un disegno di Paul Letarouilly del 1853 tratto da Edifices de Rome Moderne in cui era raffigurato il Chiostro del Bramante con un monaco intento a leggere sugli stretti sedili che corrono lungo tutto il perimetro. La sua biblioteca sarebbe stata il frutto di queste suggestioni. Uno scrigno nel quale i libri sarebbero stati custoditi al centro dell’edificio e una sala di lettura sul perimetro tutto intorno in cui i tavoli  singoli – perché per Kahn leggere è un’azione individuale, quasi monastica – avrebbero trovato posto in corrispondenza di ciascuna finestra.
Una rivoluzione copernicana non solo e non tanto dal punto di vista formale ma soprattutto per quanto riguarda l’approccio: l’architettura non soltanto deve rispondere ad una funzione ma essere un simbolo, un monumento per la gente. Ecco entrando in questo edificio tutto questo è ancora più chiaro oggi, in un’epoca in cui possiamo forse fare a meno di una biblioteca come luogo ma non di monumenti.

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Terzo Giorno: South Dartmouth, RI
Southeastern Massachusetts Technological Institute – P. Rudolph, 1963-72

Andare oltre il moderno, questo era ciò che Rudolph inseguiva e se questo prescriveva di progettare grandi edifici isolati nel verde, be’ allora Rudolph cercava un’altra via, un approccio diametralmente opposto. Ecco il SMTI è soprattutto questo, il frutto di una visone ostinatamente in direzione contraria ed eroicamente fuori dalla propria epoca. Ecco, sarà per questo motivo che il riferimento al quale Rudolph guardò per il progetto complessivo di questo campus va ricercato nell’opera di Camillo Sitte, il teorico austriaco che alla fine dell’Ottocento metteva in guardia dai rischi degli spazi smisurati e che raccomandava anzi di circoscriverli il più possibile delimitandoli. Rudolph applicò qui la lezione decidendo di concepire un campus secluso, quasi un’enorme piazza attorno alla quale disporre tutte le facoltà.

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Fu così che immaginò questa università e per farlo decise di trarre spunto da altri esempi ma ovviamente del passato: Frank Lloyd Wright ovviamente, l’immancabile eroe di ogni architetto americano, con il suo Florida Southern College ma anche la University of Virginia progettata niente meno che da Thomas Jefferson, il Presidente Thomas Jefferson. E visto che la sua idea progettuale era sostanzialmente quella di un’immensa piazza aggiunse ai riferimenti anche l’Italia, da sempre fonte di suggestioni per lui, e in particolare piazza San Marco a Venezia. Questo lo sappiamo con certezza da una cartolina che lo stesso architetto inviò nel 1964 ai membri della commissione che si occupava di supervisionare il progetto, una cartolina da Venezia appunto nella quale Rudolph scriveva che sarebbe stato necessario “un campanile di 450 piedi d’altezza per equilibrare uno spazio tanto vasto”. Così sarà, il campus avrà il suo elemento verticale, il perno attorno al quale tutti gli edifici si sarebbero saldati, e attorno al quale costruire uno spazio dinamico, per certi aspetti barocco, ma indubbiamente antimoderno.

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Secondo Giorno: Boston, MA
Blue Cross Building – Paul Rudolph, 1957-60

La capitale del Massachusetts fu l’epicentro per l’architettura americana dei primissimi anni del dopoguerra e non poteva essere altrimenti se pensiamo che la facoltà di architettura della mitica Graduate School of Design di Harvard era diretta da Walter Gropius, l’inventore del Bauhaus. A lui si unirà poi anche Josep Sert, uno spagnolo che aveva a lungo lavorato con Le Corbusier e che, dopo un anno come visiting a Yale – particolare questo che dovremo tenere a mente nel proseguo del nostro viaggio – verrà chiamato nel 1953 prima a collaborare e quindi nominato Dean della scuola di design. Sarà con lui che per la prima volta verrà messo in discussione, in particolare in ambito urbanistico, l’approccio modernista senza che tuttavia questo si traducesse in un’architettura dichiaratamente di rottura.
Fu proprio qui, in quello che sembrava dunque un fedele avamposto del modernismo, che fece irruzione un progettista in quegli anni considerato tra i più promettenti, tale Paul Rudolph.

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Talentuosissimo e giovane, taciturno ma sopratutto insofferente ai dogmi che il modernismo imponeva agli architetti, Rudolph era determinato a cercare una sua via per esprimere la propria – dirompente – personalità e mettere così in crisi quel rigido approccio utilitaristico alla progettazione. Il suo primo, significativo, attaccò all’establishment bostoniano lo sferrò sul finire degli anni Cinquanta attraverso un edificio tutto sommato modesto, il Blue Cross Building.
Solo tredici piani nel cuore di Downtown per un grattacielo solo in apparenza  banale  che invece teorizza, in nuce, il suo singolarissimo contributo alla storia dell’architettura, un contributo che oltretutto molto deve anche all’Italia. Si perchè Rudolph si era ispirato dichiaratamente alla recentissima Torre Velasca di Milano per il cui progetto i BBPR avevano deciso esplorare un linguaggio molto distante da quello del monotono Curtain Wall, per dirla come Scully.
Il giovane americano aveva conosciuto personalmente il gruppo dei tre milanesi che nel 1952 avevano realizzato a New York il mitico negozio Olivetti di 5th Avenue, indubbiamente lo store più ammirato di tutta la città.
Oltretutto il Blue Cross Building, seppur quasi contemporaneo del Seagram di Mies  – forse il grattacielo moderno più famoso di sempre – sembra invece discostarsene e guardare con maggiore interesse all’esempio italiano per un rinnovato interesse verso una sorta di espressionismo. È singolare a questo proposito osservare come, la scelta di collocare tutti gli impianti in facciata alloggiandoli all’interno dei montanti che ne articolano la superficie, sia una soluzione sostanzialmente analoga a quella che Albini e Helg adottarono per La Rinascente di piazza Fiume a Roma. Insomma un’edificio antimoderno e per certi versi anche antiamericano che – ironia della sorte – nel 2007 ha rischiato di essere demolito per far posto ad un nuovo grattacielo di Renzo Piano. È andata bene così.

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Primo Giorno

Prologo:
Il New England

All’alba degli anni Cinquanta l’architettura americana aveva finalmente raggiunto la sintesi formale di un linguaggio originale e sostanzialmente identificabile con  l’International Style. Una semplificazione naturalmente, ma l’acciaio, il vetro e il mitico Courtain Wall erano diventati gli indiscussi archetipi della modernità. Certo c’era ancora Wright, il pioniere del Midwest, ma lui era un caso a parte, un genio eroico, isolato e inimitabile; il modernismo invece aveva creato un vera e propria scuola autenticamente americana ma, non a caso, teorizzata  da un europeo: Mies van der Rohe.
Fu una vera e proprio epopea, la trasparenza e il minimalismo apparivano il linguaggio ideale per rappresentare una nuova era che voleva lasciarsi alle spalle, anche nell’architettura, il recente passato di un mondo finito ad un passo dal baratro.

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Ludwig Mies van der Rohe con il plastico della sia Crown Hall all’IIT di Chicago

“Less is More” sembrava una formula matematica applicabile a tutto e reiterabile all’infinito..peccato che non tutti i seguaci avessero il talento del maestro e la cosa evidentemente sfuggì ben presto di mano se nel 1959 Vincent Scully pubblicò un articolo su Architectural Forum dal titolo The Monotonous Curtain Wall certificandone, di fatto, la crisi. L’alternativa, dai detrattori bollata subito come reazionaria, arrivò di lì a poco ed ebbe come epicentro proprio il New England che assestò un colpo definitivo alla  supremazia architettonica di Chicago e del Midwest. Ognuno a modo suo Louis Kahn, Paul Rudolph e Robert Venturi, furono gli artefici di una  riscoperta del passato curiosamente iniziata per tutti e tre in Italia.

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Louis Kahn, schizzo di Piazza del Campo a Siena (1951)

Il New England del resto è sempre stato l’autentico cuore pulsante della cultura americana che da queste coste irrora il resto del paese. Una supremazia  indiscussa e primigenia che iniziò, guarda caso, con uno sbarco. Non Colombo, lui quassù non mise mai piede, ma quello – molto tempo dopo – di una manica di  perseguitati religiosi in fuga a bordo della Mayflower, che ripararono proprio su queste coste. I Padri Pellegrini, ovvero una sparuta comunità con un’organizzazione nemmeno vagamente simile ai conquistatori anzi, talmente messi male che la maggior parte di loro non superò nemmeno l’inverno. I pochi sopravvissuti si sentirono dei veri e propri miracolati al punto che decisero di festeggiare questa cosa, eccovi così servito il Thanksgiving Day, quello del tacchino e dei pranzi in famiglia. Non erano qui che da qualche mese e già avevano messo a punto il più imprescindibile topos della tradizione americana.

La cosa più interessante per noi sono però le conseguenze di questo che possiamo considerare il vero, indiscutibile, atto fondativo dell’odierna America. Sì perché dai Padri Pellegrini in poi, passando dalla cancellazione della millenaria civiltà che li aveva preceduti, la nuova cultura è nata proprio qui…dove per qui si intende il New England. Qui è nato il Paese; una regione che si estende grossomodo da Filadelfia a Boston e ancora più su fino a Maine e Vermont, tra paesaggi mozzafiato fatti di scogliere e verdissimi boschi che ora, in autunno, si tingono di tutte le possibili gradazioni cromatiche dal rosso al giallo.

Ma al di là delle informazioni da National Geographic quello che interessa a noi è soprattutto l’architettura che da queste parti fa rima con Ivy League, ovvero la lega delle università più antiche, gloriose e influenti del paese. Qui, in un ideale triangolo formato dalla Pennsylvania University di Filadelfia, la mitica Harvard degli europei Gropius e Sert e soprattutto Yale con questo manipolo di geniali architetti, stavolta tutti americani, che inventò un’altra modernità. Ed è proprio alla scoperta delle loro opere che si articolerà questo reportage.