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IL MITO DI PENN STATION

20 aprile 2016
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Nell’estate del 1965 se aveste deciso di attraversare l’Hudson River verso il New Jersey, nel bel mezzo della campagna, vi sareste trovati di fronte delle incredibili rovine romane.

Se Nell’estate del 1965 se aveste deciso di attraversare l’Hudson River inoltrandovi per qualche miglio nel New Jersey ad un certo punto, nel bel mezzo della campagna, vi sarete trovati di fronte delle incredibili rovine romane.

penn-station-t4-280x480Tutti noi, specialmente chi è assuefatto quotidianamente dalle vestigia di Roma, abbiamo sempre considerato New York una città moderna; Eppure quelle statue divelte e quelle colonne di travertino che affioravano tra l’erba erano lì a dimostrare il contrario.

No, ovviamente i romani non scoprirono l’America piuttosto furono gli americani che non dimenticarono mai Roma.

La vicenda inizia pochi anni prima, nel 1904, quando a Manhattan si costruì la prima, grandiosa, stazione ferroviaria che non fu, come molti pensano, Grand Central bensì Pennsylvania Station. L’edificazione di questa mastodontica struttura interessò due interi isolati compresi tra la 31st e 33rd all’altezza della Seventh e della Eighth Avenues. Un opera colossale che doveva trasformarsi nella grande porta d’accesso alla più importante città del mondo. Senza troppi giri di parole si può dire che si trattò dell’architettura più influente del primo novecento newyorkese.

Per questo motivo i progettisti McKim, Mead & White, e cioè lo studio di architettura più importante della città negli anni cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, idearono un edificio suggestivo che evocasse, in coloro che lo attraversavano, stupore ed ammirazione.

Purtroppo da quelle parti non c’erano altre architetture nemmeno lontanamente paragonabili, per dimensioni e prestigio, a ciò che la nuova stazione doveva rappresentare e così i progettisti, in cerca d’ispirazione, volsero altrove il loro sguardo. Fu nel 1901 che Charles McKim, durante una visita a Roma, si convinse che l’unica architettura abbastanza grandiosa alla quale si potesse rifare fosse quella romana. Durante una visita alle Terme di Caracalla si racconta che si soffermò per ore facendo schizzi ed osservando a
ttentamente tra le rovine dell’antico Tepidarium; Tornò ancora nei giorni seguenti e con maniacale ossessione annotò tutto. Una volta a New York si mise a lavoro e ciò che ne scaturì fu probabilmente lo spazio più imponente che l’architettura americana avesse mai conosciuto.

Oggi che non c’è più è estremamente difficile immaginare la meraviglia che questo luogo suscitava nei viaggiatori che, arrivando col treno, dalle banchine dovevano risalire circa quindici metri per raggiungere la quota stradale. Questa sorta di anabasi si compiva attraverso due ambienti incredibili e formalmente opposti. Salendo delle prime scalinate si passava repentinamente dal buio sotterraneo all’abbagliante Concourse. Un atrio enorme ed inondato di luce che filtrava attraverso una copertura penn-station-a-620x430vetrata a trenta metri e sorretta da una vera e propria selva di pilastri d’acciaio. Un esempio mirabile di ciò che le innovative tecnologie costruttive consentivano all’epoca realizzando così uno spazio tanto diafano quanto etereo. Da qui, con altre scalinate, si poteva risalire verso un secondo ambiente, in una successione che richiamava lo schema distributivo proprio delle antiche terme romane. ecco dunque l’imponente sala d’attesa, il cuore vero e proprio di tutta la stazione. Una riproposizione in vasta scala della già smisurata aula del Tepidarium di Caracalla; Un luogo elegante e formale dove la trasparenza leggera delle volte vetrate aveva lasciato il posto alla solennità delle volte a crociera cassettonate e alle colonne corinzie in
travertino.

Si completava così per il viaggiatore anche un simbolico percorso dagli ambienti strettamente funzionali e quasi ingegneristici dei binari sotterranei fino all’architettura più aulica e solenne della Waitng Room, passando per la mediazione formale tra tecnologia e spazialità ottenuta con il Main Concourse.

Tutti gli elementi erano infatti calibrati con questa finalità, tutti gli spazi erano calcolati per contribuire a destare nei passeggeri la sensazione di arrivare, ambiente dopo ambiente, nella città più importante del mondo.

Un risultato strabiliante per l’architettura americana ma al contempo anche l’ennesimo omaggio per Roma e per la sua storia che di fatto diveniva protagonista nel centro nevralgico di New York.

Pennsylvania Station divenne in breve tempo un simbolo di un epoca in cui la modernità si era guadagnata la dignità di un opera d’arte e fu presto imitata altrove a cominciare da Chicago, dove Union Station, che ricorderete per la famosa scena de “Gli Intoccabili”, fu inaugurata nel 1925, quindi a Milano dove nel 1931 Ulisse Stacchini progetterà la Stazione Centrale, passando ovviamente per la vicina Grand Central: insomma McKim, Mead & White concepirono un vero e proprio archetipo.

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Eppure la fama e l’ammirazione non durarono a lungo e dagli anni quaranta iniziò una triste epoca di oblio. La diffusione crescente dell’automobile privata e delle Highways mise in crisi il sistema ferroviario che perse viaggiatori. La società proprietaria della stazione a questo punto, nella speranza di far soldi, si vide costretta ad affittare gli spazi monumentali della sala di attesa. In pochi anni chioschi, insegne pubblicitarie, cartelli luminosi e quant’altro iniziarono a sovrapporsi l’uno sull’altro soffocando la solenne monumentalità architettonica. Un destino triste ma che non può certo sorprende proprio noi visto che siamo ormai abituati, oggigiorno, ad osservare, inermi, le nostre splendide grandi stazioni italiane subire un analogo scempio perpetrato esattamente con le stesse modalità.

In quegli anni, dalle pagine nel New Yorker , fu il grido illustre di Lewis Mumford a denunciare quanto stava avvenendo; La costruzione delle nuove biglietterie sormontate con una pensilina sospesa sostenuta da cavi d’acciaio furono l’ultimo, definitivo colpo, inferto a quel luogo incredibile. Mumford nel 1954, con profetica amarezza, scrisse: “la spazialità interna è stata compromessa da una serie di cartelloni pubblicitari collocati al centro. Fortunatamente questi ostacoli visivi hanno anche una funzione estetica infatti consentono di rendere meno spaventosa la vista da in cima alle scale da dove altrimenti ci si renderebbe conto che l’originale disposizione interna è stata ormai del tutto cancellata”.

Eppure ciò che Mumford non poteva allora immaginare era che, mentre lui si preoccupava delle modifiche apportate ai monumentali interni, i proprietari della stazione si erano assicurati un cospicuo assegno in cambio della vendita dei terreni su cui la stazione sorgeva. Ciò che sembrava impossibile si materializzò nel 1962 quando venne presa la decisione irrevocabile di radere al suolo tutto.

Fu esattamente quel giorno che New York, in un certo senso, smise di essere una terra vergine, senza passato, unicamente proiettata verso il futuro. Con quella decisione, per la prima voltasi creò un passato e in quel passato fu risucchiato il capolavoro di McKim, Mead & White. Un destino curioso dal momento che su quelle macerie fu innalzato un altro simbolo della Grande Mela, il Madison Square Garden. La terza e, almeno per ora, definitiva versione della World’s Most Famous Arena è divenuta ormai un’icona malgrado il suo aspetto architettonicamente scialbo e insignificante che non è nemmeno lontanamente paragonabile alla antica Penn.

Appena mezzo secolo di vita bastò perché l’opinione pubblica si mobilitasse in difesa di quell’edificio. Intellettuali e giornalisti lanciarono appelli accorati, personaggi come l’architetto modernista J.J.P. Oud, il premio Pulitzer Norman Mailer o Jane Jacobs si schierarono contro la demolizione; Persino la rivista italiana Casabella, allora una delle più importanti testate di architettura al mondo, si occupò della vicenda.

Tutto inutile. Nel giro di pochi mesi Penn Station non esisteva più. Dell’immenso edificio si salvarono solamente alcune aquile di pietra provenienti dal fregio decorativo che furono ricollocate in diversi luoghi della città trasformandosi in una testimonianza della stratificazione storica della città.

La battaglia per salvare la stazione si concluse con una sconfitta inopinata, ma l’esito della guerra fu vittorioso anche se questo fu chiaro solo qualche anno dopo. I newyorchesi persero sì la loro stazione, ma impararono in quell’occasione l’importanza di preservare il proprio passato cosicché quando si cercò di demolire anche Grand Central ci si trovò di fronte alla rabbia di una città che non era più disposta ad accettare una ulteriore perdita mentre quelle rovine scaricate con indifferenza dai camion nelle campagne del New Jersey divennero il passato di una città non più senza storia.

(articolo scritto con Danela Tanzj e publicato su La Voce di New York )

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