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MEZZO SECOLO DI MET OPERA HOUSE

16 settembre 2016
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Quella sera sfilarono i vip invitati all'inaugurazione della Metropolitan Opera House tra loro, in disparte, c'era anche l'architetto Wallace Harrison che aveva creato quell'edificio

Nel tardo pomeriggio del 16 settembre di cinquant’anni fa una gran folla era radunata nella nuovissima Lincoln Center Plaza. Tanti i curiosi assiepati ai lati dei quasi cinquanta metri di red carpet che i volti noti percorrevano per entrare nel foyer. “White Tie” recitava l’esclusivo invito che avevano ricevuto, una formula tutta americana che sta per “serata di gala” e in effetti l’evento in questione era con ogni probabilità il più esclusivo e importante di tutto il 1966.

Quel giorno sfilarono uno dopo l’altro su quel velluto la First Lady Claudia, moglie di Lyndon Johnson, il governatore Nelson Rockefeller e suo fratello, il padrone di casa John Davison III, Robert Kennedy, il pittore Marc Chagall e tanti altri. Sembrava non mancasse proprio nessuno tra le personalità più in vista della città e tra loro, lontano dai flash e dal clamore, c’era anche un distinto signore di una certa età. Il suo nome era Wallace Harrison e per lui quella serata era molto di più di un evento mondano, si trattava della realizzazione del sogno di una vita. Quel sogno che era iniziato quasi quarant’anni prima e ora, dopo mille vicissitudini, era lì davanti a lui in fondo a quei cinquanta metri di tappeto rosso.

West Side Opera

L’esigenza di costruire una nuova sede per la Metropolitan Opera nasce presto, addirittura negli anni in cui Fiorello La Guardia era sindaco della città. Il suo desiderio, nemmeno poi tanto nascosto, era infatti quello di lasciare a New York due significative eredità: un aeroporto ed un nuovo teatro lirico. Per sua sfortuna l’impresa si fermò a metà.
La vecchia sede, quella sulla 39th Street e Broadway, progettata da Josiah Cleveland Cady nel 1883 non era mai stata particolarmente amata dagli spettatori come può suggerire il soprannome che sin dai primi anni affibbiarono all’edificio “The Yellow Brick Brewery” per via della sua anonima facciata in mattoni gialli.

Trovare però il luogo giusto in cui tirarne su uno nuovo nell’affollata griglia di Manhattan si rivelò un sfida tutt’altro che banale. Dopo anni di progetti puntualmente abortiti si fece strada un’ipotesi più convincente delle altre, il nuovo complesso sarebbe sorto nel Upper West Side.

Quella zona, oggi molto glamour, era allora piuttosto malfamata, un’enclave portoricana affacciata su Central Park dove, come cantavano Tony e Maria in West Side Story, si viveva “twelve in a room (in America)”. Pare del resto che lo stesso Leonard Bernstein ebbe un ruolo decisivo nella scelta di quel luogo che lui stesso conosceva non solo per averci ambientato il suo musical ma per esserci vissuto in gioventù.

Le difficoltà non finirono certo una volta individuato il lotto giusto, anzi, si può dire che iniziarono proprio a quel punto. Intanto si dovette fare i conti con Joseph Kennedy che proprio in quell’area possedeva un grande deposito affittato alla General Motors. Il padre del futuro presidente John non aveva il minimo interesse per l’arte e tantomeno per la lirica, e pretese quindi un clamoroso indennizzo per cedere l’area. Questo ovviamente non imbarazzò sua moglie Rose e, come detto i figli Bob e Ted, che parteciparono sorridenti all’inaugurazione del nuovo teatro quasi fosse loro il merito della realizzazione.

Wallace Harrison si era destreggiato abilmente in un’altra precedente impresa architettonica newyorkese, il Rockefeller Center; Così quando John Davison III fu nominato a capo della commissione per la costruzione della nuova MET gli parve naturale scegliere proprio Harrison come architetto capo del nuovo progetto.

La gestazione sarà travagliatissima anche perché erano tanti a voler mettere bocca su vari aspetti del progetto. L’abilità maggiore di Harrison sarà appunto la pazienza e la determinazione che gli impedirono di abbandonare l’impresa ma anche una buona dose di modestia che gli consentì di accettare gli inevitabili compromessi che molti altri architetti più affermati di lui non avrebbero mai e poi mai tollerato.

Questione di Centimetri

Qualche mese prima di quella serata di gala l’architetto newyorkese si trovava seduto nella platea del suo teatro. Il progetto era in fase di ultimazione e si stavano svolgendo delle prove con dei musicisti per testare la bontà acustica della sala. Quel giorno Harrison trattenne a stento le lacrime durante l’esecuzione di un’aria del Don Giovanni di Mozart, aveva infatti l’impressione di non aver mai sentito un suono tanto nitido e perfetto. Era solo, non poteva condividere con nessuno la sua gioia ma già immaginava le reazioni del pubblico che di lì a qualche mese avrebbe affollato la sala.

Un momento intimo di impareggiabile soddisfazione che venne bruscamente spazzato via l’indomani, quando Harrison prese nuovamente posto in platea ma con suo grande disappunto il suono era irriconoscibile. Incredibilmente a poche ore di distanza sembrava che tutto il progetto fosse sbagliato. “Immaginate cosa ho provato -racconterà anni dopo l’architetto- avevo passato venticinque anni lavorando a quel edificio, avevo fatto spendere diversi milioni di dollari ad altre persone per costruirlo e ora non si sentiva nulla! Mi sentivo molto peggio che se avessi ucciso qualcuno”.

Dopo aver fermato la prova e richiamato a rapporto tutti i suoi assistenti ai quali rivolse una memorabile sfuriata venne fuori che la causa di tutto era da individuare in un pannello assorbente; Un piccola porzione del rivestimento del soffitto che era stata rimossa per posizionare delle luci. Quei pochi centimetri quadrati di legno in meno avevano alterato tutto il complesso equilibrio sonoro che, come in un gioco di sponde, era in grado di riflettere le onde acustiche rendendo perfetto l’ascolto.

I vari aspetti tecnici di questo progetto erano di una complessità senza precedenti. Realizzare una sala da 3.800 posti -la più grande al mondo- in modo che ogni spettatore potesse ascoltare perfettamente la musica senza amplificazione era una sfida senza precedenti e ampiamente vinta tanto che, a cinquant’anni di distanza, non sono mai state necessarie modifiche per migliorarne l’acustica. Oltre a questo aspetto ci fu bisogno di creare anche un’innovativa torre scenica indipendente e automatizzata che consentisse la creazione di scenografie imponenti come mai prima di allora oltre ad impianti di illuminazione e aria condizionata che non disturbassero il pubblico. Insomma un edificio che tecnicamente non aveva paragoni.
A tutto questo poi si aggiungevano le richieste della committenza che erano probabilmente gli aspetti più complicati da accettare per Harrison. La direzione della Metropolitan Opera infatti era abituata a pensare che la lirica potesse andare in scena esclusivamente in un teatro in stile settecentesco, il Lincoln Center era quindi, ai loro occhi, inaccetabilmente moderno.

L’architetto rifiutò fermamente tutte le loro richieste di decorazioni per la sala ma dovette accettare, suo malgrado, l’imposizione di un fregio scultoreo in metallo attorno al boccascena e anche un ornamento lungo tutte le balconate.

Lo scontro più eclatante tuttavia fu quello che riguardò il foyer. Lo spazio a tutt’altezza della lobby, visibile direttamente dalla piazza attraverso la facciata vetrata, sarebbe chiaramente divenuto il simbolo stesso dell’edificio. Per questo motivo fu Rudolf Bing in persona, il direttore artistico della Metropolitan Opera House, ad interessarsi della faccenda incaricando Marc Chagall di realizzare due grandi dipinti per quello spazio. Venutolo a sapere Harrison andò su tutte le furie. Non tollerava che l’incarico fosse affidato ad un pittore che lui riteneva troppo poco moderno e accusò Bing di averlo scelto solo perché sua moglie e quella dell’artista erano grandi amiche. L’architetto aveva proposto, in alternativa, il nome di Fernand Lèger, il famoso esponente del cubismo francese il cui stile era -secondo lui- più in linea con quello dell’edificio. Bing tuttavia fu inamovibile, Chagall, che aveva da poco dipinto il soffitto dell’ Operà di Parigi, avrebbe realizzato lì due grandi tele che raffigurano Il Trionfo della Musica e Le Fonti della Musica. Purtroppo per Bing le due opere si dimostrarono ben presto inadeguate per quel luogo; L’esposizione diretta alla luce del sole che in prima mattina filtrava dalla vetrata rischiava infatti di comprometterne l’integrità e così si decise di oscurarle con delle tende. Per questo le due opere sono oggi visibili solo di sera.

L’Architetto Derubato

Tutte queste modifiche mortificarono Harrison che si sentì derubato del progetto da persone che lui non riteneva all’altezza di decidere aspetti così importanti del design. Solo in due ambienti minori l’architetto poté esprimere liberamente la sua visione, si trattava del lussuoso ristorante dell’ultimo piano e il caffè nella hall; Qui uno stile moderno ed essenziale donava allo spazio una sobria eleganza ma purtroppo, per un beffardo destino, entrambi oggi non esistono più trasformati orma in banali spazi di servizio.

Quando gli invitati varcarono la soglia del teatro quella sera di cinquant’anni fa, ignari di queste  vicissitudini, si trovarono di fronte ai loro occhi uno un luogo semplicemente perfetto. La sinuosa scala, i magnifici lampadari disegnati da Hans Harald Rath che riproducevano luccicanti costellazioni, i marmi e i velluti: tutto sembrava concorrere a fare di quell’edificio il più elegante di New York.

Sul maestoso palco andò in scena la prima mondiale del Antonio e Cleopatra di Samuel Barber con la regia di Franco Zeffirelli mentre a seguire tutti si spostarono al ristorante dell’ultimo piano dove fu offerta una cena di gala.

Per tutta la sera Harrison evitò la ribalta che pure si era meritato; Rifiutò persino il posto in prima fila chiedendo invece di assistere alla pièce da lontano, in modo da poter verificare in prima persona l’acustica. Poco dopo alla cena non gli fu concesso nemmeno di sedere al tavolo di Rockefeller né a quello di Bing ma ciò nonostante -come ricordò in seguito sua moglie Ellen- “nella sua proverbiale compostezza, appariva finalmente felice”.

(articolo scritto con Danela Tanzj e publicato su La Voce di New York )

The auditorium of the Metropolitan Opera House in New York City. Photo: Jonathan Tichler/Metropolitan OperaThe lobby of the Metropolitan Opera House in New York City. Photo: Marty Sohl/Metropolitan Operaimage